Tag: Valentino Campitelli

chiara

Chiara di Susanna Nicchiarelli e Chiara Frugoni con Margerita Mazzucco ed Andrea Carpenzano nelle sale dal 7 dicembre

Chiara è un film scritto e diretto da Susanna Nicchiarelli con collaborazione alla sceneggiatura di  Chiara Frugoni.

nel film l’adattamento dialoghi e la consulenza linguistica è a cura di  Nadia Cannata.

La pellicola è prodotta da Marta Donzelli e Gregorio Paonessa, coprodotta da Joseph Rouschop e Valérie Bournonville mentre il produttore associato è Alessio Lazzareschi.

Chiara è una produzione Vivo film con Rai Cinema e Tarantula con il sostegno di Eurimages MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo Regione Lazio

con la partecipazione di Wallimage, con il supporto di Tax Shelter du Gouvernement Fédéral Belge – Casa Kafka Pictures Belfius.

Nel cast di Chiara ci sono:  Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano, Carlotta Natoli, Paola Tiziana, Flaminia Mancin, Valentino Campitelli, Paolo Briguglia, Giulia Testi

Luigi Vestuto  e con la partecipazione di Luigi Lo Cascio.

Assisi, 1211. Chiara ha diciotto anni, e una notte scappa dalla casa paterna per raggiungere il suo amico Francesco.

Da quel momento la sua vita cambia per sempre. Non si piegherà alla violenza dei famigliari, e si

opporrà persino al Papa:

lotterà con tutto il suo carisma per sé e per le donne che si uniranno a lei, per

vedere realizzato il suo sogno di libertà.

Chiara Frugoni sul film dice:

Chiara d’Assisi fu la prima donna a scrivere una regola originale per le donne, rifiutandosi di declinare al femminile una preesistente regola maschile:

una regola stupefacente, piena di dolcezza, tesa a comprendere più che a giudicare e punire. Di lei scrissero soprattutto uomini:

il biografo, il papa e le gerarchie ecclesiastiche, scrissero tutti per farla dimenticare.

Chiara consumò la vita dietro le mura del monastero di San Damiano.

Contrariamente a quanto avrebbe desiderato, fu costretta alla clausura,

ma la sua solitudine fu abitata da molti affetti e da una fortissima tensione spirituale.

Dalle note di regia di Susanna Nicchiarelli su Chiara :

La forza della storia di Chiara sta per me nella sua radicalità: una radicalità che è sempre attuale, e che ci interroga in qualsiasi epoca.

 È la storia di una diciottenne che, per quanto in un contesto davvero distante dal nostro, abbandona la casa paterna, la ricchezza, la sicurezza, per combattere per un sogno di libertà:

 la mia speranza è che il film trasmetta a tutti l’energia di questa battaglia, che racconti con forza quel sogno di rinnovamento,

quella rivoluzione voluta e desiderata con l’entusiasmo contagioso della gioventù.

L’incontro con Chiara è arrivato per caso ma è andato a toccare delle corde importanti della mia vita e del mio pensiero di donna e di regista, in un momento così particolare della nostra storia.

Il sette marzo del 2020, alla vigilia del primo lockdown, avevo portato i miei bambini ad Assisi per far vedere loro gli affreschi di Giotto

(io sono di origine umbra, e la casa della mia nonna paterna non è distante da Perugia).

Come tutti, sono sempre stata affascinata dalla figura di San Francesco: di Chiara invece sapevo poco. Perciò in quella occasione, nella libreria della basilica, ho comprato due libri su

Chiara d’Assisi:

libri che poi ho letto nei giorni successivi del marzo 2020 a Roma, nell’atmosfera assurda e spaventosa che si era creata, durante la quale il Medioevo, con le sue paure, non sembrava poi così

lontano.

Il primo libro era una biografia molto tradizionale, nella quale Chiara era raccontata come votata fin da bambina alla clausura e alla preghiera.

Il secondo invece mi ha appassionato: era un testo di Chiara Frugoni, la grande medievalista italiana che allo studio di Chiara e Francesco ha dedicato tutta la vita e che sarebbe diventata

un’insostituibile consulente per la sceneggiatura del film.

Di Chiara Frugoni lessi prima “Chiara e Francesco” e poi il bellissimo “Una solitudine abitata”, che decostruiscono l’immagine ufficiale, più docile e ubbidiente di Chiara, che avevo invece trovato nel primo libro.

Ho scoperto così che della vera Chiara si sa poco perché la storiografia ufficiale e religiosa non l’ha mai raccontata:

Chiara era una giovane suo percorso, eventi il cui racconto è così forte nella credenza e nelle rappresentazioni popolari,

e così vivo nelle testimonianze delle sorelle di Chiara documentate durante il processo di canonizzazione, che non può essere trascurato.

Perciò ho provato a immaginare questi episodi così come gli stessi protagonisti li hanno raccontati, inserendoli nella loro quotidianità;

e ho provato anche a immaginare l’effetto che dovevano avere questi eventi miracolosi su quelli che, come Chiara e Francesco, si trovavano a fare i conti con la propria “santità”.

Quando inizia la sua avventura Chiara infatti non solo scopre di avere un carisma inaspettato, che la porterà a guidare un gruppo sempre più numeroso di donne:

si trova anche a fare i conti con una serie di miracoli che non sempre comprende né controlla.

Miracoli che non possono non creare una distanza tra lei e le sue sorelle, tra lei e la gente:

sono perlopiù miracoli quotidiani, persino alimentari, che semplicemente accadono, e per rappresentarli, senza cercare spiegazioni razionali né trascendenti, ho scelto la strada della

semplicità.

Affrontando questo aspetto della vita di Chiara ho voluto interrogarmi su come la santità, e il culto popolare che ne conseguiva, non poteva che spaventare o entrare in contrasto con il bisogno di

semplicità e di umiltà di Chiara e di Francesco.

Entrambi santi, forse entrambi avrebbero preferito essere come tutti gli altri.

Come dice Francesco a Chiara nel film: “Non lo sai che quando muoio mi fanno a pezzi e mi vendono alle chiese?”

La morte, la malattia, il culto della gente possono essere una benedizione ma anche un flagello.

La sofferenza del santo, per quanto benedetta, è reale e altrettanto spaventosa:

la fede non addolcisce l’orrore ma forse lo rende ancora più atroce.

Per raccontare la storia di Chiara ho scelto il formato 2:35.

Al contrario di quando feci Nico, 1988 per il quale ho usato l’1:33, il formato quadrato, che isolava Nico e rendeva anche visivamente l’immagine da vhs a 4/3 della fine degli anni Ottanta,

qui ho usato il formato più metafisico, quello che più di tutti racconta l’enormità

della natura e la piccolezza dell’uomo.

Si tratta di un formato che non permette mai di fare dei primi piani:

perciò Chiara non è mai sola nell’inquadratura, è sempre con la sua comunità, e se ha il vuoto

attorno quel vuoto racconta ancora di più della presenza di altri.

Con Crystel Fournier, la direttrice della fotografia con la quale ho lavorato anche a Nico, 1988 e Miss Marx,

questa volta abbiamo scelto una luce povera e semplice che illuminasse con semplicità le scenografie di

Ludovica Ferrario, raccontandone anche la maestosità.

A questa semplicità ho voluto fare da contrappunto nel film con le visioni di Chiara che, grazie alle invenzioni di Massimo Cantini Parrini,

sono dei viaggi nella fantasia di una ragazza che si immagina, di volta in volta, nei panni di Santa Scolastica o della Madonna col Bambino, o che immagina Francesco dal sultano:

visto che la fantasia è per sua natura scatenata e visionaria, sono i momenti in cui il film si prende le sue libertà rispetto alla filologia,

tra aureole che sembrano uscite dal gotico internazionale, abiti da pale d’altare spagnoleggianti, gioielli e drappi in un Oriente immaginato e non reale.

Questi sono forse gli unici momenti in cui Chiara si permette davvero di

fantasticare.

Dopo tanti film che li hanno mostrati più maturi di quanto non fossero nella realtà, mi sembrava importante raccontare Chiara e Francesco per ciò che erano:

due ragazzi (lei aveva 18 anni e lui 30 all’inizio della storia: Francesco poi muore giovanissimo, a

quarantacinque anni) con le loro “intemperanze” e le loro fragilità, così simili a quelle degli attori che li interpretano:

a cominciare da Margherita Mazzucco, che è cresciuta in fretta sul set dell’Amica geniale eppure ha ancora l’aspetto di una bambina, al tempo stesso fragile e carismatica.

In lei ho rivisto Chiara, con le sue impuntature, le sue sfuriate, o la sua tenera e infantile gelosia, come quando sente parlare di Jacopa de Settesoli.

Allo stesso modo ho pensato che Andrea Carpenzano, con la sua recitazione così istintiva che mi aveva commosso nel Campione,

potesse dare a Francesco una modernità e una naturalezza non scontate.